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Una tragedia dimenticata

-Nel centro sorge una magnifica montagna coperta di neve che rappresenta la grande nazione del Tibet, conosciuta come Il Paese delle Nevi.
-Le sei bande rosse che si allargano sul cielo blu scuro rappresentano le sei tribù da cui è disceso il popolo tibetano.
La combinazione delle sei bande rosse (le tribù) e delle sei blu (il cielo) rappresenta l’incessante attività positiva di protezione degli insegnamenti spirituali e della vita civile. 
-Sulla cima della montagna innevata, il sole che risplende con i suoi raggi in ogni direzione rappresenta l’uguale godimento della libertà e della felicità materiale e spirituale da parte di  tutti in Tibet.

Bandiera tibetana  a cura di Yeshe Norbu onlus-Sui fianchi della montagna una coppia di impavidi leoni delle nevi irradia fierezza dalla criniera simboleggiando la realizzazione dell’armonia tra vita spirituale e vita civile in Tibet.  
 
-In alto, lo splendente gioiello a tre colori rappresenta il perpetuo rispetto dei tibetani verso  i supremi Tre Gioielli: Buddha, Dharma e Sangha, gli oggetti di rifugio.

-Il radiante vortice a due colori sorretto dai leoni delle nevi rappresenta l’attitudine del popolo tibetano a salvaguardare il corretto comportamento etico.

-La cornice color oro posta su tre lati rappresenta il fiorire degli insegnamenti di Buddha puri come oro raffinato, il lato senza bordo simboleggia l’apertura del Tibet verso le altre religioni.

In questa sezione il lettore interessato alla "causa tibetana" troverà una selezione di libri di cui Yeshe Norbu consiglia vivamente la lettura

 

Dalai Lama la mia gente

Titolo: La mia terra, la mia gente.
Autore: Dalai Lama
Editore: Sperling & Kupfer Editori
Pagine:  416 
Prezzo: 17,50 euro
 
Nel 1962,quando questo libro venne pubblicato per la prima volta, il suo autore, Tenzin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama, era sconosciuto ai più. Di lì a poco, grazie a quest'opera, il mondo avrebbe imparato ad apprezzare il suo straordinario carisma e a prendere a cuore la causa del Tibet. Oggi Sua Santità è diventato un simbolo universale della lotta non violenta per i diritti e la libertà del suo popolo e la forza de La mia terra, la mia gente, forse il più bello dei molti volumi scritti dal Dalai Lama, appare ancora più eccezionale.Ripercorrendo la sua avventura di bambino predestinato, scelto all'età di due anni per diventare il leader spirituale e politico della sua terra, Kundun - ovvero «la Presenza» per i tibetani - racconta la storia, i miti e le tradizioni del Paese delle Nevi.
Non un libro politico, dunque, né di insegnamenti buddisti, ma la vicenda personale e intima di un uomo illuminato, le cui parole trasmettono semplicità e profonda saggezza.Questa nuova edizione dell'autobiografia del Dalai Lama è arricchita da un'appendice in cui si ripercorre la storia del mezzo secolo di esilio in India. Nel cinquantesimo anniversario da quel marzo 1959 quando Sua Santità,  seguito da decine di migliaia di profughi, fu costretto a fuggire dal suo Paese assediato dalle truppe cinesi per entrare in un esilio che dura ancora oggi, la sua eccezionale autobiografia diventa il più attuale, efficace e accorato appello al mondo perché il Tibet viva
 
 
Il fuoco sotto la neve Titolo: Tibet, il fuoco sotto la neve
Autore: Palden Gyatso, Tsering Shakya
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 254
Prezzo: 10,50 euro
 
Forte, potente, questa è la tragica testimonianza di Palden Gyatso, un monaco tibetano che nel 59' venne arrestato per aver partecipato ad una manifestazione non violenta per protestare contro l'invasione cinese del Tibet. 
Incarcerato due volte per un totale di 33 anni, ha subito torture fisiche di ogni genere, è sopravvissuto al supplizio della fame mentre molti suoi compagni sono deceduti per questo. 
 Nel 1992 venne finalmente rilasciato e riuscì a scappare in India portando con se gli strumenti con cui era stato torturato ed incoraggiato da S.S. il Dalai Lama, iniziò a divulgare la sua spaventosa esperienza, rivelando agli occhi del mondo tutta l'agghiacciante portata dell'occupazione cinese.
 
 
Dolma la ribelle
Titolo: Dolma la ribelle. Il Tibet sotto l'oppressione cinese
 
Autore: Bayle R. Marguerite
 
Editore: EGA-Edizioni Gruppo Abele
Data di Pubblicazione: 2002
Prezzo: 8,00 euro
 
 
 
 
Lontano dal Tibet
Titolo: Lontano dal Tibet
Autore: Carlo Buldrini
COLLANA: I Draghi
PAGINE: pp. 272
PREZZO: euro 22,00
 
 
Il 7 ottobre 1950, 40.000 uomini dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese attaccano da otto direzioni diverse la città di Chamdo, nel Tibet orientale. Il piccolo esercito del Paese delle Nevi (8000 unità) viene sbaragliato. È l’inizio dell’occupazione militare del Tibet da parte della Repubblica Popolare Cinese che dura tutt’ora. Dopo la fallita insurrezione di Lhasa (marzo 1959), il Dalai Lama abbandona il paese e trova rifugio in India. Questo libro racconta la storia dell’esilio del popolo tibetano e della sua lotta per la libertà.
 
 
Laogai
Titolo: Laogai. L'orrore cinese
Autore: Harry Wu
Editore: Spirali Edizioni
Anno: 2008
Pagine: 227
Prezzo: 25,00 euro
 
L'autore è uno studioso espatriato negli Stati Uniti dopo diciannove anni di reclusione in patria. In questo libro si parla della sua esperienza nei laogai, dove sono rinchiusi uomini strappati ai loro affetti dalle autorità e tenuti lontani dalla vita civile. Un ritratto della Cina contraddittorio e sconcertante: per un verso, il profilo internazionale di un paese che vuole primeggiare economicamente a livello mondiale; per l'altro, la violazione sistematica dei diritti umani compiuta negli oltre mille campi in cui sono rinchiusi milioni di prigionieri, molti dei quali non ne usciranno mai vivi. L'autore lancia un drammatico appello all'Occidente perché impedisca il commercio dei prodotti fabbricati da questi prigionieri segregati e anonimi. L'autore conduce un confronto con altre situazioni simili occorse nel passato recente o lontano, in particolare con i gulag sovietici. A tutt'oggi i laogai proliferano perché quasi sconosciuti al mondo grazie alla censura delle autorità cinesi che coprono tale orribile realtà con il segreto di Stato.
 
 
Operazione shadow circus
 Titolo: OPERAZIONE SHADOW CIRCUS, la resistenza armata in Tibet 1952 -1972
 
Autore: Fabrizio Bucciarelli
Editore: Mattioli 2012
Pagine: 134 pagine 
costo: 16,00 euro
 
Queste pagine raccontano la storia della lotta di quella parte del popolo tibetano che, dopo l'invasione cinese del 1949-1950 e la successiva fuga in India del XIV Dalai Lama seguita alla rivolta di Lhasa del '59, optò per la resistenza armata contro l'occupazione. Nonostante i numerosi appelli al mondo intero, pochissimi si mostrarono interessati alla tragiche vicende tibetane. Solo l'India e gli Stati Uniti, per il tramite della CIA, accettarono di supportare la causa tibetana, forse più per calcolo politico che per vera solidarietà. Ne derivò un ventennio di lotta senza esclusione di colpi, misconosciuto ai più e ben poco coperto dai media, che terminò nei primi anni 70, quando la presidenza Nixon decise di abbandonare i resistenti come pegno di amicizia verso una Cina in fase di Ravvicinamento. Oggi molti dei vecchi combattenti tibetani vivono come profughi in esilio, ma la loro battaglia e quella del Dalai Lama continua sotto altre forme.
 
 
Dalai Lama ritrovamento
Titolo: Il ritrovamento, il riconoscimento e l'insediamento del 14 Dalai Lama
Autore: Sonam Wangdu; Gould Basil J.; Richardson Hugh
Editore: Chiara Luce Edizioni- www.chiaraluce.it
pagine:  137
Prezzo: 11,05 euro
 
La prima parte del libro, il Ritrovamento del Dalai Lama, è il racconto della testimonianza oculare di Khemey Sonam Wangdu, che all'epoca era dipendente civile del Governo del Tibet e assistente dell'ufficiale che guidò il gruppo di ricerca nella regione dell'Amdo. La seconda parte, La Cronaca del Ritrovamento, del Riconoscimento e dell'Insediamento del Quattordicesimo Dalai Lama, è il racconto di Sir Basil J. Gould. Gould era un delegato britannico che partecipò alla cerimonia di insediamento al trono di Sua Santità il Quattordicesimo Dalai Lama a Lhasa, nel 1940, in qualità di rappresentante del Governo di Sua Maestà Britannica e di Sua Eccellenza il Vicerè dell'India. La terza parte, I Lama Tibetani secondo la Visione degli Occidentali, è stata scritta da Hugh E. Richardson. Richardson è uno dei più noti esperti mondiali sul Tibet, sulla storia e sulla cultura del "paese delle nevi". Richardson ha vissuto nove anni a Lhasa, dal 1936 al 1950, a capo della missione diplomatica inglese e successivamente, di quella indiana. Ci auguriamo che questo libro possa offrirvi una autentica descrizione dei metodi tradizionali utilizzati in Tibet nel corso del ritrovamento del Quattordicesimo Dalai Lama del Tibet, e una dettagliata cronaca degli effettivi avvenimenti di quel periodo.
 
 
Il principe siddhaartha
 Titolo:  Il Principe Siddharta
Autore: J. Landaw e J. Brooke
Casa editrice: Chiara Luce Edizioni - www.chiaraluce.it
Tipologia: libro illustrato
Pagine: 144
Prezzo: 23,90
E' un libro per ragazzi e per quegli adulti che come diceva Gesù, 'vogliono ridiventare come bambini'. Racconta l'esistenza terrena di Buddha Sakyamuni, il suo messaggio di amore e di saggezza, di rispetto verso la propria natura e verso tutto quello che ci circonda. E' una storia universale, raccontata con vivacità e riccamente illustrata, che potrà essere di grande ispirazione per i bambini di tutto il mondo e di tutte le età. 
 
 
 
una strana liberazione
Titolo: Una strana liberazione. Vite tibetane nelle mani dei cinesi
Autore: David Pat
Editore: Chiara Luce Edizioni - www.chiaraluce.it
Pagine: 270
Prezzo: 15,50 euro
 
 
David Patt presenta l'appassionante e terribile racconto della vita di due tibetani nel corso di quaranta anni di occupazione cinese. Come ha detto recentemente S.S. il Dalai Lama: Abbiamo bisogno del vostro aiuto, della manifestazione attiva della vostra buona volontà, ogni volta che se ne presenti l'occasione, per sostenere la causa tibetana. Ormai è giunto il momento in cui la vostra pratica è l'azione. David Patt ha scoperto le storie che racconta nel libro vivendo con i rifugiati tibetani nelle loro comunità dell'India meridionale. Ama Adhe, oggi nota portavoce della causa del popolo tibetano, è nata nel Tibet orientale in una famiglia di agricoltori. Appena una ragazzina quando arrivarono i cinesi, è stata coinvolta nelle prime trattative dei comunisti con le comunità tibetane e racconta tutti gli eventi che seguirono in un commovente resoconto della sua vita.
Tenpa Soepa era un ufficiale del governo tibetano che ha partecipato attivamente all'organizzazione del piano di fuga del Dalai Lama da Lhasa, nel 1959. Nella drammatica storia della sua fuga, della susseguente cattura e degli anni di prigionia, ci presenta un vivido quadro della caduta finale del Tibet. 

Tra il 1949 e il 1950, i cinesi occuparono le regioni orientali del Tibet travolgendo la debole resistenza dell’esercito tibetani, Il 23 maggio 1951, Pechino impose con la forza "l'Accordo in 17 Punti per la Pacifica Liberazione del Tibet" che sanciva la fine dell’indipendenza del Paese pur nel riconoscimento della sua autonomia. Negli anni che seguirono, l’Esercito di Liberazione arrivò fino a Lhasa dove, il 10 marzo 1959, l’insurrezione popolare dei tibetani, esasperati dai continui soprusi, fu stroncata nel sangueIl Governo tibetano in esilio ha principalmente le funzioni di sostenere gli esuli in arrivo dal Tibet, amministrare i campi profughi tibetani e gli insediamenti permanenti, preservare la cultura tibetana e promuovere l’istruzione dei profughi.

Dalai LamaIl Dalai Lama, seguito da 80.000 tibetani, scelse la via dell’esilio e, nella notte del 17 marzo, lasciò il Palazzo del Norbulinka, dirigendosi verso l’India attraverso le montagne himalayane.
Fu accolto dal Premier Nehru, che gli assicurò il sostegno del suo governo. Il governo tibetano in esilio fu ospitato dapprima a Mussorie, e poi dal maggio 1960, con il nome di “Amministrazione Centrale Tibetana”, fissò la sua sede a Dharamsala.
Il popolo tibetano, all’interno e al di fuori del Tibet, considera l’Amministrazione Centrale Tibetana (CTA) il suo unico e legittimo governo. I principi inviolabili del rispetto della verità, della non violenza e della democrazia, ai quali la CTA ispira il proprio operato, le hanno valso il riconoscimento di legittimo rappresentante del popolo tibetano anche da parte dei parlamenti e dell’opinione pubblica di tutto il mondo
 
 La fonte primaria del diritto è costituita dalla Carta dei Tibetani in esilio (Charter of the Tibetans in Exile), un documento adottato nel 1991 dall’Assemblea dei Deputati. Si basa sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e sul principio della separazione dei poteri.

L’attuale struttura dell’Amministrazione centrale tibetana è frutto di un processo di democratizzazione iniziato già nei primi anni dell’esilio.

- L'Assemblea dei Deputati del popolo tibetano (Bhoe mimang chetui lhenkhang) è l'organo legislativo, istituito nel 1960. È composto da 46 membri eletti a suffragio universale diretto fra i tibetani in esilio. L’assemblea si riunisce in sessione ordinaria due volte l’anno durante i cinque che costituiscono la legislatura.

- Il Kashag è l'organo esecutivo composto da quattro ministri, i Kalon, capeggiati dal Kalon Tripa, il Primo ministro. Dal mese di agosto 2011 il Kalon Tripa è Lobsang Sangay, giurista e ricercatore dell’Università di Harvard, vincitore delle elezioni del 20 marzo dello stesso anno. Il suo predecessore è Lobsang Tenzin, V Samdhong Rinpoche, e riverito Tulku.
- La Suprema Commissione di Giustizia tibetana è l'organo giudiziario preposto a risolvere le controversie fra tibetani in esilio. Non tratta casi di contravvenzione alle leggi né casi di criminalità, perché di competenza delle magistrature dei paesi ospitanti.
- Il Consiglio di pianificazione pianifica le attività produttive degli stanziamenti
- L'Ufficio dei centri di accoglimento gestisce i centri di prima accoglienza per i rifugiati

LE CONDIZIONI AMBIENTALI PRIMA DELL’OCCUPAZIONE CINESE

A cura del Dipartimento Informazioni e Relazioni Internazionali. Amministrazione Centrale Tibetana –Dharamsala.

Prima dell’occupazione cinese, il Tibet era, dal punto di vista ecologico, un territorio equilibrato e stabile perché la conservazione dell’ambiente era parte essenziale della vita quotidiana dei suoi abitanti. I tibetani vivevano in armonia con la natura grazie alla loro fede nella religione buddista che asserisce l’interdipendenza di tutti gli elementi esistenti sulla terra, siano essi viventi o non viventi. Questa credenza era ulteriormente rafforzata dallla stretta osservanza di una norma che potremmo definire di “autoregolamentazione”, comune a tutti i buddisti tibetani, in base alla quale l’ambiente deve essere sfruttato solo per soddisfare le proprie necessità e non per pura cupidigia.

 

 

Montagne in TIbet
FLORA
:
 In Tibet crescevano più di 100.000 specie di piante ad alto fusto, alcune delle quali rare ed endemiche. Vi erano più di 2.000 varietà di piante medicinali usate, non solo in Tibet ma anche in India e in Cina, per preparare i medicamenti secondo i sistemi tradizionali. Molto diffuse erano lo zafferano, il rabarbaro di montagna, l’elleboro, la serratula alpina himalayana e il rododendro di cui esistevano, sull’altopiano tibetano, ben 400 specie diverse, quasi il 50% delle varietà esistenti sulla terra.

UCCELLI
: In Tibet esistono 532 specie di uccelli raggruppate in 57 famiglie. Vi sono cicogne, cigni selvatici, il martin pescatore, oche, anatre, rapaci, fringuelli, l’uccello pigliamosche della giungla, tordi, pappagalli, cutrettole, vari tipi di uccelli canori, avvoltoi, e una particolare, bellissima specie di picchio. L’uccello più raro e famoso è la gru dal collo nero, chiamata dai tibetani “trung trung kaynak”.

ANIMALI SELVATICI:
Le montagne e le foreste del Tibet davano un tempo rifugio ad un grande numero di animali selvatici rari e in via di estinzione quali il leopardo delle nevi, il leopardo maculato, la lince, l’orso nero himalayano, il burdocade tibetano (un ruminante tipico del Paese delle Nevi), lo yak selvatico, il cervo muschiato, la gazzella tibetana, l’antilope tibetana, la lepre dell’Himalaya, il panda gigante, il panda rosso e molti altri.

FORESTE
: Le foreste tibetane ricoprivano un’area di oltre 25 milioni di ettari. La maggior parte ricopriva i pendii scoscesi della regione sud orientale del paese. Erano foreste di conifere tropicali e subtropicali, per la maggior parte costituite da abeti rossi sempreverdi, pini, larici, cipressi, betulle e querce. Le foreste tibetane erano di vecchia crescita, con piante di più di duecento anni. La densità media della vegetazione era di 272 metri cubi per ettaro ma nella regione dello U-Tsang poteva raggiungere anche i 2.300 metri cubi per ettaro, la più alta densità del mondo per una vegetazione di conifere.

MINERALI: 
Il Tibet era anche ricco di risorse minerali mai sfruttate. Nel suo sottosuolo vi sono 126 tipi di minerali tra i quali oro, litio, uranio, cromite, rame, borace e ferro. Il Tibet possiede inoltre i maggiori giacimenti d’uranio del mondo. I giacimenti di petrolio della regione dell’Amdo consentono l’estrazione annuale di più di un milione di tonnellate di greggio.

FIUMI
:In Tibet nascono alcuni dei più grandi fiumi dell’Asia. Tra i tanti, ricordiamo il Brahmaputra, l’Indo, il Mekong, lo Yangtse e il Fiume Giallo. Lasciato il Tibet, i fiumi bagnano l’India, la Cina, il Pakistan, il Nepal, il Buthan, il Bangladesh, la Birmania, la Tailandia, il Laos e la Cambogia, assicurando, assieme ai loro tributari, il fabbisogno idrico necessario a milioni di persone. Alcune ricerche hanno dimostrato che i fiumi che nascono in Tibet assicurano la vita al 47% della popolazione mondiale e all’85% dell’intera popolazione asiatica. La questione ambientale tibetana non è quindi soltanto un problema locale, ma è di cruciale rilevanza a livello internazionale

LA DISTRUZIONE DELL’AMBIENTE DOPO L’OCCUPAZIONE CINESE

Dopo l’occupazione del Tibet, l’attitudine amichevole e armoniosa dei tibetani nei confronti della natura fu brutalmente soppiantata dalla visione consumistica e materialista dell’ideologia comunista cinese. Con l’invasione ebbero contemporaneamente luogo devastanti distruzioni ambientali, qui di seguito elencate. Ne consegue che, ai nostri giorni, lo stato dell’ambiente in Tibet è altamente critico e le conseguenze di questo degrado saranno avvertite ben oltre i suoi confini.

DECIMAZIONE DELLA FAUNA SELVATICA: 
Prima dell’invasione cinese in Tibet era rigorosamente vietata la caccia agli animali selvatici. I Cinesi non hanno rispettato questo divieto ma hanno anzi attivamente incoraggiato lo sterminio degli animali rari o in via di estinzione. Il leopardo delle nevi, per fare un esempio, è cacciato per la sua pelliccia, venduta a prezzi elevatissimi sul mercato internazionale. I permessi per cacciare l’antilope tibetana oppure l’argali , un raro tipo di pecora selvatica, costano rispettivamente 35.000 e 23.000 dollari americani. La carne delle antilopi, delle gazzelle e degli yak selvatici è venduta nei mercati cinesi e anche europei.   

 

deforestazione in Tibet disegno di un bambino

DEFORESTAZIONE IN TIBET: La superficie boschiva del Tibet che, nel 1959, si estendeva su 25.2 milioni di ettari, nel 1985 si era ridotta a soli 13.57 milioni di ettari, pari alla distruzione del 46% delle foreste.
La deforestazione è ancora drammaticamente in atto e si calcola che, ai nostri giorni, l’80% delle foreste siano state abbattute.

Radio Lhasa ha dato notizia che solo tra il 1959 e il 1985 la vendita del legname ha fruttato alla Cina più di 54 miliardi di dollari americani.
Ancora oggi, più di 500 automezzi carichi di legname tibetano lasciano la località di Gonjo, nel Kham, diretti verso la Cina, ma a volte accade che, per incuria e cattiva organizzazione, molti carichi vengano abbandonati lungo la strada, dimenticati nei capannoni oppure marciscano nell’acqua, lungo le rive dei fiumi.

Il rimboschimento è minimo e spesso senza successo a causa della poca cura prestata alle giovani piante. In nome dello “sviluppo”, più di 70.000 cinesi sono addetti al taglio indiscriminato delle piante secolari che costituiscono le ricche foreste delle regioni orientali e meridionali del territorio tibetano.
La medesima situazione è riscontrabile in altre aree del Tibet, quali Markham, Gyarong, Nyarong e alcune zone del Kham e del Kongpo.

Effetti della deforestazione
a) Erosione del suolo e inondazioni:
La massiccia deforestazione, il proliferare delle miniere e una politica agricola basata sullo sfruttamento intensivo dei campi contribuiscono ad aumentare l’erosione del suolo. Il fango che si riversa nei fiumi che scendono dall’altopiano tibetano (l’Indo, il Brahmaputra, il Sutley, il Mekonk, il Fiume Giallo e lo Yangtse) scende nei paesi a valle innalzando il letto dei fiumi e causando devastanti inondazioni che, a loro volta, provocano estese slavine. Di conseguenza, si riduce l’estensione delle terre coltivabili con gravi danni per l’economia di milioni di persone. Secondo gli esperti, le frequenti inondazioni che si verificano nel Bangladesh sono in diretta relazione con la deforestazione attuata in Tibet, nella parte superiore dei fiumi.
deforestazione in Tibet disegno di uno scolaro

b) Effetti climatici a livello globale:
Il ruolo dell’Altopiano Tibetano sul sistema climatico del globo è rilevante. Gli scienziati hanno evidenziato una correlazione tra la vegetazione spontanea del Tibet e la regolarità dei monsoni. Le piogge monsoniche, indispensabili per la sopravvivenza delle regioni dell’Asia meridionale, costituiscono il 70% delle piogge che ogni anno cadono in l’India. Tuttavia, un monsone troppo violento è causa di immani calamità naturali.
Alcuni scienziati, tra i quali ad esempio lo statunitense Elman Reiter, hanno dimostrato che l’ambiente dell’Altopiano esercita una diretta influenza sui cosiddetti “jet strems”, i venti d’alta quota che soffiano sul Tibet, che, a loro volta, sono la causa dei tifoni che si scatenano sull’oceano pacifico.

c) Cattiva amministrazione agricola.
Nel corso degli anni ’60, il governo cinese ha introdotto, in Tibet, in campo agricolo, alcune riforme che hanno portato il paese alla carestia. La sovrapproduzione e lo sfruttamento agricolo intensivo hanno inoltre causato la scomparsa di molte erbe medicinali e di piante commestibili e hanno distrutto gli esemplari che costituivano la riserva di cibo invernale per gli animali selvatici. Questa politica agricola sconsiderata ha fatto sì che il suolo venisse eroso sia dal vento sia dall’acqua dando avvio ad un processo di desertificazione. Secondo dati forniti dal governo cinese, in Cina e in Tibet la desertificazione per opera di interventi umani interessa una superficie pari a circa 120.000 chilometri quadrati di territorio.
Le autorità cinesi obbligano gli agricoltori tibetani a comperare e usare fertilizzanti chimici e insetticidi. I contadini sostengono che questi fertilizzanti sono estremamente pericolosi sia per il raccolto che per l’ambiente.

IL TRASFERIMENTO DELLA POPOLAZIONE: 
Uno dei più gravi pericoli che minacciano il popolo tibetano, la sua cultura e l’ambiente è costituito dal massiccio trasferimento nel paese, soprattutto in questi ultimi anni, di personale civile e militare cinese. Ai nostri giorni, i sei milioni di tibetani residenti sono sopravanzati numericamente da sette milioni e mezzo di cinesi. A Lhasa, il rapporto tra tibetani e cinesi è di due a uno. In seguito a questo trasferimento di popolazione, i tibetani sono stati emarginati in campo economico, educativo, politico e sociale e la tradizionale e ricca cultura tibetana sta rapidamente scomparendo.
In Tibet, sotto il regime totalitario cinese, i “progetti di sviluppo” non tengono in alcun conto i parametri di Valutazione di Impatto Ambientale. Inoltre, questi “progetti di sviluppo” favoriscono solo gli immigrati cinesi e incoraggiano il loro insediamento nel paese relegando i tibetani a una posizione di cittadini di seconda classe nella loro stessa patria, e, di conseguenza, violando i diritti fondamentali del popolo tibetano garantiti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite.

LA CENTRALE IDROELETTRICA
:Il più assurdo e catastrofico, dal punto di vista ambientale, dei cosiddetti “progetti di sviluppo” cinesi è costituito dalla costruzione della centrale idroelettrica di Yamdrok Tso (il lago Yamdrok), a circa un centinaio di chilometri da Lhasa. A causa di questo progetto, il lago, che i tibetani considerano sacro, è destinato a scomparire. Nel 1993, tutte le sorgenti d’acqua potabile della zona si sono prosciugate e i contadini tibetani sono stati costretti a bere l’acqua del lago. Ciò ha causato gravi problemi alla loro salute quali diarrea, perdita di capelli e malattie della pelle. A causa del progetto, i tibetani della zona hanno inoltre perduto, in modo irreversibile, il 16% della terra coltivabile.

LO SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE MINERARIE: 
In Tibet, lo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie è iniziato negli anni ’60. Il governo cinese ha enormemente intensificato l’estrazione di borace, cromo, sale, rame, carbone e uranio per garantire le materie prime necessarie allo sviluppo industriale. Ai nostri giorni, nei distretti di U-Tsang e di Amdo, esistono numerose miniere sia pubbliche sia private. L’aumento delle attività minerarie riduce ulteriormente la vegetazione e fa aumentare il pericolo di frane, l’erosione del suolo, l’inquinamento dei torrenti e dei fiumi oltre a danneggiare l’habitat degli animali selvatici. 
La metà delle riserve di uranio della terra si trova nelle montagne attorno a Lhasa. In Tibet si trova inoltre il 40% delle riserve di ferro della Cina oltre a cospicui giacimenti di carbone, oro, rame, piombo, borace e petrolio. Secondo l’agenzia ufficiale cinese Xinhua, il 31 ottobre 1995 la Cina ha incrementato lo sfruttamento delle risorse minerarie della Regione Autonoma Tibetana. Gli introiti derivanti da questo sfruttamento sono stimati nell’ordine di 78.27 miliardi di dollari americani.

SCORIE NUCLEARI E MILITARIZZAZIONE: 
L’esistenza di scorie nucleari in Tibet è stata denunciata dal Dalai Lama nel 1992, nel corso di una conferenza stampa rilasciata a Bangalore (India). In quell’occasione Pechino negò che in Tibet esistessero scorie nucleari inquinanti. Tuttavia, più recentemente, la Cina ne ha ammesso l’esistenza. Il 19 luglio 1995, l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua ha infatti dichiarato che, nella Prefettura Autonoma Tibetana di Haibei, vicino alle rive del lago Kokonor, il più grande lago dell’altopiano tibetano, vi è “una discarica di venti metri quadrati utilizzata per il deposito di materiale radioattivo

Nella stessa zona vi è quella che i cinesi chiamano “Nona Accademia” oppure “Fabbrica 211”: si tratta, in realtà, di un vero e proprio centro nucleare circondato dal più assoluto segreto. La dottoressa Tashi Dolma, che ha lavorato all’ospedale di Chabcha, situato a sud del centro, ha dichiarato che sette piccoli nomadi, addetti al pascolo del bestiame nelle vicinanze della città nucleare, si sono ammalati di cancro e i loro globuli bianchi sono aumentati a livelli incontrollabili. Un medico americano che ha condotto alcune ricerche presso lo stesso ospedale, ha reso noto che i sintomi erano simili a quelli dei casi di cancro causati dalle radiazioni dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki del 1945.

Tutti i test nucleari apertamente dichiarati da Pechino, sono stati eseguiti a Lopnor, nella provincia del Xinjiang, a nord-ovest del Tibet. Questi test hanno causato un notevole aumento dei casi di cancro e di morte infantile senza che tuttavia sia stata attuata alcuna ricerca medica adeguata.

Secondo International Campaign for Tibet, la prima testata nucleare fu portata in Tibet nel 1971 e posizionata a Tsaidam, nell’Amdo del nord. Fonti diverse asseriscono la presenza di missili nucleari a Nagchuka, situata a 150 miglia da Lhasa. E’ stato inoltre confermato che nella regione dell’Amdo e, più esattamente nel bacino di Tsaidam, geograficamente isolato e a grande altezza, vi sono tre località adibite a deposito di missili nucleari.

A Drotsang, 63 chilometri a est di Siling, è sorto un nuovo centro di produzione di missili conosciuto con il numero di codice 430. I missili vengono testati nel lago Kokonor. A Nagchuka sono stati posizionati 20 missili balistici a raggio intermedio e 70 a raggio medio. Anche nella città di Payi, nella Regione Autonoma Tibetana, vi è un grande deposito sotterraneo di missili (numero di codice 809). Durante le esercitazioni, i missili vengono portati allo scoperto e lanciati sia verticalmente sia orizzontalmente contro bersagli prestabiliti.

Considerato un tempo come un pacifico stato cuscinetto tra l’India e la Cina, il Tibet è ora altamente militarizzato: ospita infatti 300.000 soldati cinesi e un quarto della forza missilistica del paese. La militarizzazione dell’altopiano tibetano costituisce una minaccia per l’equilibrio geo-politico della regione ed è causa di serie tensioni internazionali.

 

Diritti Umani

 In tre diverse risoluzioni a favore del Tibet nel 1959, 1961 e 1965, le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione circa la violazione dei diritti umani chiedendo"la cessazione di tutto ciò che priva il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e delle libertà, incluso il diritto all'autodeterminazione". Dal 1986 poi, altre numerose risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti e del Parlamento Europeo hanno deplorato la situazione esistente in Tibet e all'interno della stessa Cina esortando il governo cinese al rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche. Ad oggi nonostante gli incessanti appelli della comunita internazionale la situazione per il popolo tibetano è questa:
 
- il diritto alla libertà di parola è costantemente violato.
- miglialia di tibetani impriogionati, torturati e condannati senza processo. Le condizioni carcerarie sono disumane.
- Le donne tibetane sono spesso costrette a subire sterilizzazione e aborti forzati.
- Vengono perseguitati per il loro credo religioso.
- Monaci e monache sono costretti a subire sessioni di "rieducazione patriottica", a denunciare il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al Partito comunista.
- Il governo cinese continua invece a violare i diritti dei bambini tibetani sia in materia di educazione e assistenza sanitaria sia per quanto concerne la libertà di espressione
 

 

Militari cinesi di fronte al Palazzo del Potala TibetOggi i tibetani rischiano di essere completamente spogliati della loro cultura e tradizione religiosa, emarginati nella loro stessa terra, dove ormai si avviano ad essere una minoranza etnica sopraffatta dall'invasione colonizzatrice dei cinesi, dove i luoghi di culto vengono sistematicamente distrutti,dove le nuove generazioni non crescono più alla luce degli insegnamenti monastici e tradizionali ma vengono educate in scuole cinesi, imparano la lingua cinese e vengono indottrinate con l'ideologia marxista del PCC.

Colpisce, di fronte a tanta ferocia, l'atteggiamento moderato e compassionevole del governo tibetano in esilio, incarnatoda S.S. XIV Dalai Lama, che da tempo continua a lanciare messaggi di dialogo e proposte concrete per una convivenza pacifica tra tibetani e cinesi. L'unica richiesta è quella di un'autonomia reale che garantisca il rispetto dell'identità culturale tibetana pur sotto l'egida del governo di Pechino.



Diritti umani in Tibet

 A metà del 2000, circa 500 Tibetani risultano essere in carcere per reati di opinione e attualmente sono noti i casi di 73 prigionieri politici che scontano condanne a 10 o più anni.

Nonostante sia uno dei firmatari della Convenzione Internazionale per i Diritti Civili e Politici, la Repubblica Popolare Cinese non ha protetto i diritti civili e politici dei suoi cittadini. I prigionieri politici, arrestati solamente per aver esercitato una loro legale prerogativa, una volta incarcerati, perdono molti altri diritti. Vengono sottoposti a torture fisiche e mentali e tenuti in isolamento, in condizioni ben al di sotto di ogni standard internazionale. Perdono inoltre il diritto a un processo giusto o a qualsiasi garanzia legale, rimanendo privi di ogni possibilità di difendersi dalle accuse.
Secondo l’ordinamento giuridico cinese, diritti legali basilari quali la “presunzione di innocenza fino a prova contraria” e ildiritto alla difesa sono sostituiti dalle linee di principio cinesi “prima il verdetto, poi il processo”, “clemenza per chi confessa, severità per chi nega” oppure “correzione e rieducazione attraverso il lavoro”.

 Durante le indagini, che possono durare da diversi mesi fino a un anno, il sospettato è generalmente tenuto in isolamento e, in molti casi, è ignorata anche la disposizione in base alla quale la polizia deve informare la famiglia del sospettato entro 24 ore dall’arresto.Molte famiglie non sono mai ufficialmente informate dell’arresto dei loro parenti e sono avvisate solo al momento del processo. 

Anche allora, le famiglie incontrano molte difficoltà a capire esattamente in quale prigione i loro cari siano detenuti. La mancanza di informazioni rende l’intera esperienza ancora più stressante sia per i prigionieri sia per le loro famiglie.

Nel nuovo Codice di Procedura Penale è stata introdotta l’espressione “minaccia per la sicurezza dello stato”, che sostituisce l’espressione utilizzata in precedenza di “contro-rivoluzionario”.
Questo consente alle autorità cinesi di utilizzare la formula “segreto di stato” a giustificazione dell’arresto e della detenzione e negare al sospettato il diritto alla difesa per tutto il periodo delle indagini e degli interrogatori.

Per gli imputati politici Tibetani è molto difficile ottenere un difensore soprattutto per motivi finanziari o per la riluttanza degli avvocati che temono di essere accusati di sostenere i “separatisti”.

Il governo cinese continua contemporaneamente a violare i diritti dei bambini tibetani sia in materia di educazione e assistenza sanitaria sia per quanto concerne la libertà di espressione.

Ogni anno numerose famiglie tibetane sono costrette a mandare i propri figli in esilio per assicurare loro libertà ed educazione scolastica. Molti genitori affidano i bambini ad estranei e spendono tutti i propri risparmi per assicurare ai figli un passaggio verso la libertà. Alcuni sono addirittura lattanti e devono essere trasportati attraverso l’Himalaya sulle spalle di un adulto.

Oggi si parla molto e con ragione del viaggio dei migranti lungo le rotte del Mar Mediterraneo. Viaggi che mettono alla prova fisicamente e psicologicamente chi li affronta privando chi lascia le proprie terre, con la speranza di un futuro migliore, di ogni tipo di dignità e libertà. Il viaggio dei tibetani verso la libertà è molto simile, benché gli organi di informazione non lo rendano noto, eccetto per le rotte che in questo caso sono montanare e non marine.

Il viaggio dura almeno quattro settimane ed espone gran parte dei bambini al gelo e all’ipotermia, al punto che alcuni muoiono durante il viaggio. Se sopravvivono, ci sono poche possibilità che possano mai rivedere i propri famigliari. Nel 1999, su 2.474 rifugiati in fuga dal Tibet occupato dai cinesi, ben 1.115 erano bambini o ragazzi sotto i 18 anni, pari al 45% di tutti i profughi giunti in India in quell’anno. In maggioranza non erano accompagnati dai genitori, ma erano stati affidati a guide.

Il fatto che tante famiglie abbiano preso questa grave decisione, rischiando la vita dei figli e la propria nel caso in cui la fuga sia scoperta dalle autorità cinesi, è la inconfutabile prova della costante violazione del governo cinese in materia di tutela dei diritti umani dei bambini in Tibet. 

 

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